Per chi pratica sport a tutti i livelli (agonistico e amatoriale), infortuni e traumi possono rappresentare momenti di grande sofferenza sia fisica che psichica, per questo diventano fondamentali i processi di riatletizzazione.
Lunghe terapie e processi riabilitativi si rivelano spesso incompleti e non del tutto capaci di rimettere in sesto dilettanti e professionisti. La scienza ha così studiato e messo a punto nuove tecniche e percorsi specifici, concepiti non solo per ristabilire del tutto la persona infortunata, ma anche per renderla operativa e nuovamente idonea all’allenamento.
Sono nati così i processi di riatletizzazione e potenziamento muscolare. Un’espressione coniata nel passato recente che serve ad indicare la fase finale della riabilitazione. In sostanza, si tratta di un lavoro altamente tecnico tale da permettere all’infortunato di riacquistare le capacità motorie che possedeva prima del trauma.
Riconquistare gli schemi motori originari, la gestualità e le capacità condizionali necessita sicuramente di un intervento da realizzare “sul campo”: in palestra. Un trauma fisico è solitamente dovuto a carenze coordinative o a mancanza di controllo nei movimenti intermuscolari. Le microlesioni vanno a impattare anche sulla psiche dello sportivo. All’atto di rimettersi in allenamento, si generano meccanismi difensivi che comprometteranno la fluidità dei movimenti nella fase riabilitativa. Per questo occorre una sorta di rieducazione e di potenziamento muscolare, capace di far metabolizzare l’episodio negativo alla memoria del corpo.
La riatletizzazione passa essenzialmente da quattro fasi. In primo luogo è necessario effettuare un test di valutazione preventivo a cui faranno seguito altri, durante e alla fine del programma. La seconda fase consiste nella riconquista delle capacità condizionali e coordinative, per poi passare alla stabilizzazione del core. Quest’ultimo è il “baricentro del corpo”, costituito dalla parete addominale e dai glutei. Infine, la riatletizzazione procede con un potenziamento muscolare, utile a prevenire eventuali episodi di re-infortunio.
In conclusione, possiamo affermare che non si può accelerare la guarigione, che è un processo personale e cadenzato, ma si può certamente evitare il ritardo dei processi riparativi.
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